Skyscraper Story

Chi si ricorda di Pierino e il Lupo, fiaba musicale scritta nel 1936 dal compositore russo Sergej Prokof’ev? Che fosse di Prokof’ev e del ’36 sono andato a rileggerlo su Wikipedia, il ricordo dell’opera invece viveva sincero in me. Non mi ricordo niente di non necessario più lontano delle tre, quattro settimane, ma Pierino e il Lupo, ascoltato alle scuole elementari, è rimasto per trent’ anni custodito nella mia mente; è quella storia dove ogni personaggio è rappresentato da uno strumento orchestrale differente ed intervengono nella vicenda con un motivo musicale caratteristico. Non so come e se arriverà questo aspetto dal nostro disco, probabilmente io lo percepisco avendolo scritto e soffrendo di terrificanti e spaventose allucinazioni, ma ogni canzone, ogni momento è scandito da un modo di suonare e da un’atmosfera che riconduce allo stato d’animo del protagonista o al semplice contesto scenico e scenografico proposto. La storia di Skyscraper racconta di un uomo sulla quarantina di nome Jeffrey G. Da tredici anni la sua famiglia lo ha lasciato solo. I motivi non si conoscono. Abbandonato in una clinica privata per persone affette da disturbi mentali. Le giornate passano lente e tutte uguali. L’unica distrazione sono gli enigmi matematici che trova sulle riviste settimanali lasciate alla reception della struttura per i parenti in visita o a colloquio con i medici. Le raccoglie furtivamente, le nasconde sotto il suo materasso e la notte le recupera per giocarci. Di solito prende sonno intorno alle 06:00 del mattino. Quando suona la sveglia è poco più di un ora che riposa. La radiosveglia è puntata sulle 07:41: Jeffrey è ossessionato dai numeri dispari primi. Tutto il disordine riproposto dai suoi ricordi è riordinato da questo ulteriore gioco con la matematica. Il rendez-vous è di tipo militare alle ore 08:00 nella sala delle colazioni. In diciannove minuti riesce a radersi, lavarsi e vestirsi per presentarsi puntuale al primo pasto giornaliero. Abitudine e rigore appresi durante il servizio di leva. Gli ultimi farmaci assunti sono stati quelli delle 22:30, quando il personale medico somministra le terapie ai pazienti prima di farli coricare. A quest’ora del mattino il fisico di JG è a digiuno da quasi dodici ore di medicine e le voci che sente alle 07:43 sono particolarmente alte e fastidiose. Ancora pochi minuti e il caffè arricchito da qualche pillola renderà tutto più sopportabile. Colazione, messa nella piccola chiesetta privata all’ interno del parco e poi panchina a fissare le nuvole fino all’ ora di pranzo. Niente televisione né quotidiani; ordine del direttore sanitario che teme contaminazioni di carattere sociale. Niente dolci, fanno male ai denti. Niente alcolici, fanno male alla mente. Niente visite parenti fino alle 18:00 del sabato successivo. Sono le 11:29 di questa domenica 17 marzo 2019 e contro ogni pronostico Jeffrey riesce ad evadere dalla clinica. Non è giorno per vivere la solita routine. In un lampo è fuori dal cancello, solo. La città è diversa dal centro cure: gente che si muove frenetica, chiacchiera, il rumore del traffico, i colori delle vetrine, le luci delle insegne; una boccata di aria fresca, ma destabilizzante per le abitudini di un uomo malato e schiavo della solitudine. Si allontana dal centro città alla ricerca di un posto più tranquillo. Sotto un grande castagno trova una panchina e ci si addormenta. Al risveglio la luce del sole è stata presa da quella giallastra dei lampioni, si sta facendo buio e Jeffrey non sa dove si trova. Sono le 19:23. Ad un tratto, davanti ai suoi occhi, un palazzo alto circa dieci piani. Decadente. Disordinato. Sporco. Spento. Scorge una porta di vetro socchiusa, probabilmente il portone di ingresso del condominio. Intravede un montacarichi all’ interno e ci si dirige. Sono le 23:03. Sembra tutto così famigliare. Giunto di fronte si accorge che è un ascensore. Entra e pigia il tasto numero dieci. Arrivato a destinazione trova davanti a se la porta di un appartamento. Sono le 23:11. Il ricordo di un amico che abitava in un grattacielo lo pervade. Bussa alla porta. Chi apre non è il gigante che si aspettava. Chiede comunque di poter entrare. L’uomo alla porta capisce che JG è disturbato e spaventato, vestito in pigiama e ciabatte. Una vestaglia color vinaccia copre le sue spalle. E’ sconnesso il modo di parlare. Decide di farlo entrare se pur intimorito da quello sguardo cosi vuoto e assente. Jeffrey vede una portafinestra e chiede di poter uscire in terrazzo, all’ aperto. L’ uomo annuisce e chiude la porta dietro di sé. Sono le 23:47.

Manuel